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(Cronaca di Mantova, venerdì 29 ottobre 2021)

Paolo Cavinato al Te

“SONOGRAFIE” OLTRE L’ASTRAZIONE

Renzo Margonari

 

Questa bella occasione per incontrare il pensiero sinestetico di Paolo Cavinato (Gazoldo degli Ippoliti, 1975) dovrebbe essere denotata tra le più memorabili realizzate a Palazzo Te. Serve visitarla da soli, a mente sgombra, per navigare tra le scelte opere, disposte in pochi elementi con la giusta illuminazione autonoma che ne veicola la comprensione, ascoltando il sottofondo musicale, purché il visitatore sia disponibile a impiegare la propria intelligenza visiva a penetrare nelle geometrie metafisiche, oltre lo spazio materialmente inteso, per raggiungere un punto di conversione prospettica, oltre il visibile, un portale ultrasensoriale. L’opera è simultaneamente oggetto e soggetto e richiede la partecipazione fisica, direi corporale, di chi la osserva. Essa suggerisce la postura che il visitatore dovrebbe assumere, e l’angolo visuale delle svolte variabili che mutevolmente la dimostrano e diversamente indicano vie di partecipazione, speculando sulla tracciante proiezione delle ombre che mobilitano la pura astrattezza degli spazi e delle architetture. A questa percezione è abbinata l’avvolgente suggestione degli effetti sonici composti dal musicista Stefano Trevisi. Simile complessità multimediale deriva dalla cultura scenografica di Cavinato. I suoni inducono a uno stato d’animo idoneo al percorso vi- suale, sicché il suono, come un eco, definisce un “tono” (i jazzisti direbbero il mood) tra udire e vedere, utile per “entrare in atmosfera” con l’ambiente, in sintonia -appunto- con le opere esposte. Non è musica solo per l’orecchio ma per la mente, come le opere non sono solo per gli occhi. Forse a causa della mia ormai vetusta educa- zione figurativa, ho automaticamente pensato allo Strutturalismo, ma più al Costruttivismo, ai primi maestri che hanno impiegato metacrilati, policarbonati vinili trasparenti, e laminati lignei o metallici, come Antoine Pevsner o Naum Gabo, cercando una smaterializzazione dei corpi scultorei. Il loro pensiero era impegnato al tentativo di rappresentare l’attraversamento dello spazio fisico: un’idea plastica, architetturale, ma anche filosofica e trascendentale. Ho pensato a Lucio Fontana che pur continuando a ragionare da scultore, ha ripiegato sull’ideale astrazione

insita nella pittura poiché nella sua fisicità la scultura non permetteva di ipotizzare l’astratto attraversamento della materia, l’idea che consente di contemplare una quarta dimensione, quella che contiene lo spaziotempo. Per riflesso, ho pensato anche al film Solaris, 1972, di Andrej Trakovskij.

Lo sguardo che attraversa l’opera entra nel tempo e si confronta con una dimensione che può essere solo immaginata. Il mezzo figurativo utilizzato da Fontana, primo artista che si sia posto questo tema dove la filosofia irrompe nell’arte, risponde però a un pensiero ancora primitivo in confronto a queste opere di Cavinato. Paolo ha ideato oggetti scaturiti dal suo pensiero filosofico tracciando coordinate prospettiche che guidano i sensi fino al punto di convergenza dove si esce dall’oggetto stesso e si penetra in una dimensione metafisica, senza i colori che potrebbero suggestionare allontanando l’osservatore dal concentrarsi sulla configurazione cosmica concepita come un’architettura sublime, una vera astrazione si- mile a quella che ci offre la musica polifonica contemporanea dove anche il silenzio è suono. Anche Regina, Tito Varisco e Bruno Munari, Luigi Veronesi, Remo Bianco, Carla Accardi, Joe Colombo, e altri, avevano tentato a loro modo di rappresentare lo spazio-tempo, ma con criteri descrittivi per l’indescrivibile dunque, inadatti- utilizzando polistratigrafie trasparenti, mentre, con l’acume scientista di quest’epoca, Cavinato si limita a condurre sulla soglia d’attraversamento oltre la quale si può liberare la sensibilità soggetti- va nel configurare un’immagine mentale, ultra-astratta, del granello cosmico che ci rappresenta nell’immensità inimmaginabile del Cosmo, che è l’Architettura Assoluta non configurabile dalla mente umana e rimane mistero insondabile nonostante le limitate certezze dell’Astrofisica.

È da chiedersi se sia il linguaggio a creare il pensiero o viceversa. Per ottenere questa visione, Cavinato mette a disposizione un ampio ventaglio esperienziale richiamando qualità plastiche e architettoniche composte come un pazientissimo modellista, una “chiamata alle armi” delle proprie capacità meccani- che per guidare alla comprensione dell’opera che, per quanto mi è dato comprendere. si trova a un punto cruciale nella definizione del linguaggio col quale esprime il pensiero-guida della sua ricerca estetica. Non è trascurabile, infatti, annotare quanto l’esecuzione degli oggetti esposti in un’unica sala dei tinelli di Palazzo Te sia sapiente, accurata, abile e appropriata. Implica una ottima conoscenza delle proprietà merceologiche dei materiali utilizzati, non solo manuale. Ciò avviene con una finezza spettacolare nella progettazione e un’acribia concentrata nella realizzazione, direi in regime di perfezione tecnica. Giustamente, l’autore intende proporre la propria idea estetica in modo netto, deciso, scientifico e scevro da sbavature o incertezze periferiche. Per ottenere simile risultato serve anche una chiarezza ideologica, metodologica, libera da significati periferici che potrebbero diminuire la precisa finalità concettuale degli oggetti, i quali, ovviamente, non possono essere intesi come sculture o progettazioni architettoniche sebbene astrattiste, pitture tridimensionali, oppure stratifi- cazioni di calcoli scenografici. Se il visitatore obbedisce al ri- chiamo poetico dei significati e si pone dinamicamente rispetto alle forme, avverte che vi sono da scoprire metamorfosi chiaroscurali, anamorfosi e inganni ottici, rifrazioni e spazi virtuali pensati e progettati con una concentrazione totale. La suggestione delle immagini di Cavinato non si può fotografare, non solo per l’oggettiva difficoltà nel tradurre figuralmente una sensazione tridimensianale (e anche quadridimensionale) in quella bidimensionale della fotografia. Allo stesso modo, non si possono fotografare i suoni o le ombre. Queste osservazioni portano a considerare un aspetto molto gratificante nel percorso storicoestetico che Paolo Cavinato applica con giusta convinzione, cioè l’evidenza che pur senza citazioni, le sue idee scaturiscono dalla tradizione di cui possiede una vasta cultura - atteggiamento raro di questi tempi e si svolge dalla meraviglia rinascimentale allo gnosticismo umanistico ottocentesco, allo scientismo del XX secolo... Purtroppo, non conosco espressioni più semplici per un’occasione che presenta tanta complessità moltiplicabile. Osservando queste opere è impossibile, credo, superare la descrizione che, peraltro, non serve a spiegare traducendo verbalmente l’emozione. Poche volte ho percepito che la connessione occhiomente sia così solle- citata come in questa mostra.

renzo@renzomargonari.it

Doppiando la mostra a Palazzo Te, Paolo Cavinato presenta una personale alla Galleria The Flat di Massimo Carasi, a Milano, in corso dal 30 settembre al 20 novembre.