Exhibitions
   

Behind the Curtains

 

 

“Il primo fatto notevole intorno allo spazio visivo è il suo vuoto, un vuoto attraverso cui gli oggetti si muovono o in cui stanno[…]. L’uomo prende conoscenza del vuoto che lo circonda e gli conferisce una forma fisica e un’espressione”. S. Giedion

 

 

The Flat presenta Behind the Curtains, la seconda personale di Paolo Cavinato.

Una mostra che trascende il concetto di spazialità per indagare il rapporto tra pieno e vuoto.

Utilizzando una varietà di linguaggi espressivi, Paolo Cavinato crea spazi multi-sensoriali, dove confluiscono immagini della realtà, immagini mentali e proiezioni emotive.

La sua ricerca iniziata con la rappresentazione dello spazio fisico si propone la meta di  dare una ipotetica forma all’assoluto, trascinando lo sguardo dello spettatore in una serie di circostanze visive.

Si tratta, in alcuni casi, di spazi sinestesici vivibili o attraversabili, in cui i sensi vengono sollecitati e mescolati o amplificati; ed, in altri casi, di una sorta di limbo, tra finito e infinito.

Lo spazio diventa così un divenire continuo, un Vuoto. Da ciò che è mutevole, sospeso, eternamente passeggero, Paolo Cavinato approda alla rappresentazione dell’assoluto con una sorta di mantra geometrico infinitesimale.


10 aprile  - 9 giugno 2012

The Flat - Massimo Carasi
Sede Via Frisi 3 - Porta Venezia, Milano 20129
Informazioni Tel +39 02 58313809
carasi-massimo@libero.it
www.carasi.it
 

 

Paolo Cavinato: Behind the Curtains

 

La poetica di Paolo Cavinato sembra riferirsi, anche implicitamente, al pensiero filosofico secondo il quale spazio e tempo sono forme a priori. Il suo lavoro parte dallo spazio, include necessariamente il tempo e tende a raggiungere la cosiddetta quinta dimensione, ovvero lo spirito e l’infinito. L’artista avvia il suo lavoro dal mondo oggettivo e quantificabile per giungere a qualcosa di altro, di più elevato.

Costruisce luoghi realistici ma immaginari giocando con la percezione. Oggetti comuni divengono parte di un universo astratto e sintetico nel quale assumono un significato altro, dove anche lo spazio si compone, si deforma e muta costantemente. La conoscenza razionale delle forme nello spazio gli permette di studiarne dettagliatamente la posizione per comporre universi paralleli nei quali proiettare la propria interiorità. Così nella sua “ricerca”, pensata come un'unica stanza immaginaria riprodotta secondo le quatto proiezioni ortogonali, lo sfondo nero retrostante i fili bianchi e luminosi  crea una sorta di camera oscura, una soglia tra la realtà percepibile e quella soltanto immaginata e immaginabile.  Lo spazio delle sue opere è uno spazio mentale e gli oggetti che le compongono sono astrazioni di oggetti reali. Niente è così come appare, tutto è costantemente messo in discussione, sospeso. 

Lo spettatore che osserva le sue opere si trova coinvolto inconsciamente in un gioco anamorfico nel quale elementi eterogenei sono composti, ripetuti e deformati, creando luoghi simmetrici e astratti, armoniosi ma ambigui, familiari ma estranei, vuoti e asettici. Questi non luoghi procurano un senso di attesa, di sospensione.

Tutto tende all’infinito, ad una dimensione metafisica e assoluta nella quale l’io diviene eterno e può cogliere la vera essenza dell’essere. L’astrazione prende necessariamente avvio dalla concretezza del mondo circostante, precario, illusorio, in continuo movimento e soggetto al divenire. La materia è un flusso che si apre al tempo e si dilata verso l’infinito.

Dal particolare al generale, dal modulo alla serialità, i suoi universi contengono elementi alchemici, religiosi, metafisici, matematici e geometrici che nelle opere sono armoniosamente sintetizzati. La tradizione prospettica tipica della cultura occidentale si incontra con quella orientale  più prettamente bidimensionale e iconoclasta, definendo uno stato di equilibrio aperto a molteplici possibilità di interpretazione.

Il mondo così come ci appare non è che il riflesso di un mondo ideale che sta oltre la dimensione percepibile. Un velo invisibile, una cortina, divide i due mondi e le sue opere si pongono come ponti, come forme immaginifiche pluridimensionali e multisensoriali attraversabili ed esperibili.  Le installazioni interagiscono tra loro e con lo spettatore, lavorano in trasparenza, giocando con un’alternanza di elementi concreti ed illusori per creare proiezioni immaginarie che i nostri sensi  sono chiamati ad elaborare. Le immagini che si vengono a delineare, in continuo movimento, chiamano in causa la quarta dimensione e sfondano il velo, oltrepassano il confine fuori dal tempo e dallo spazio.

L’immagine assume una propria vita e l’io prende coscienza di sé, arte e vita si incontrano e si alimentano reciprocamente.

 

Elisabetta Bolasco

 

 

 

 

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